Politically Correct

In una società che esce da una guerra non sempre c’è tempo e voglia di crearsi degli scrupoli rispetto a chi è stato meno fortunato di noi o che comunque ha subito per suo destino una disgrazia che lo ha reso inabile a certi tipi di lavori.
I dialetti numerosi che ci sono in Italia hanno contribuito a creare un appellativo per ogni tipo di persona che non si riteneva del tutto normale.
Così lo scemo del villaggio era “lo scemo” e non certo il diversamente abile di oggi.
Nei paesi così come nelle città, in ogni quartiere c’era uno scemo.
Ricordo da bambino uno di questi personaggi che girava per le vie del mio quartiere. Completamente fuori di testa, girava per strada e ti chiedeva qualche soldo, entrava nei negozi e chiedeva soldi, si fermava davanti ai semafori e chiedeva soldi.
Non era un barbone. Aveva una casa e una famiglia. Non erano certo benestanti, anzi.

Tutti davano qualche soldo allo scemo, qualcuno lo invitava al bar altri gli portavano da mangiare nelle fredde giornate d’inverno che lui passava davanti alla chiesa a chiedere l’elemosina. Non si conosceva il suo nome per tutti era “lo scemo”. Nessuno lo diceva in modo dispregiativo era semplicemente un modo di indicare il suo stato.
Oggi lo chiameremmo “diversamente abile” perché è più corretto, secondo quel modo di pensare che le parole cambiano i fatti. Meno offensivo, politically correct.

Il politically correct che nasce in alcune università degli Stati Uniti per arginare, almeno a parole, la discriminazione. Così i negri diventano afroamericani (afro-americans) o da noi neri o persone di colore.
Il minorato di un tempo diventa prima handicappato poi portatore di handicap e ancora diversamente abile.
Un sordo diventa non udente, un cieco non vedente.
Se in America qualcosa, oltre a cambiare il nome di queste categorie, viene fatto, in Italia facciamo bene attenzione a chiamare un tetraplegico (lessico medico) non deambulante.
Nulla o pochissimo viene fatto per cambiare oltre alla “forma” lo stato di queste persone.
Le barriere architettoniche non seguono le parole e un non deambulante continua a non deambulare perché le città e gli edifici, tranne rare eccezioni, sono quelli dell’epoca dello scemo. Ma le parole oggi fanno i fatti ed è anche politically correct.
Zingari? No, Rom.
I ladri resistono, io opterei per diversamente onesti.

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